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Sono un Brand, qualcuno tra di voi mi conosce?

A volte un Brand si specchia e non si riconosce. E allora ha bisogno di scegliere, di lasciare andare cose che non voleva, di ricostruirsi, e riconoscersi. Perché senza identità le fondamenta crollano, gli amici non si riconoscono, i paesi vanno in guerra e le cose finiscono.

Vorrei parlarti delle parole che ho inventato per dire le cose più difficili, dei puntini che ho collegato per creare l’immagine che avevo nella testa, dei regali che per la fretta non ho nemmeno scartato.

Vorrei parlarti di quando ho cercato di somigliare di più all’idea di perfezione che volevo regalarti. Del disincanto che punge allo stomaco quando mi sono accorto che non ero io. E allora anche di quelle volte che ho fatto delle cose, anche piccole, ma senza una forte idea dietro, per capire come si apriva la scatola di quell’unicità che mi ritrovavo tra le mani.

Vorrei parlarti. Per dirti come è buffo che i desideri assomiglino alle murene acquattate tra le rocce sottomarine e si nascondano senza sapersi più ritrovare se non le aiuti tu.

Ti parlo ora che mi guardo allo specchio e voglio essere io.

In questo momento che è attesa ma è già un rimedio, come l’attimo che c’è prima della prima nota di una canzone.

Magari toccherà ricominciare da capo qualsiasi cosa, rinunciare alla perfezione, dimenticare la corona e imparare le spine. Toccherà prendere l’alfabeto e trovargli un nuovo ordine, smontare il pallottoliere per far tornare i conti, imparare a guardare un po’ più in là per costruire qualcosa che non mi muoia domani tra le braccia ma capace di respirare con vigore aria buona di stagioni nuove. Mi toccheranno insonnie, dubbi, arresti e rincorse. Ci lascerò forse la pelle, le ossa, delle volte anche un pezzo di cuore. Eppure sarà sempre un giorno alla volta, un passo dopo l’altro vestito di idee possibili che sposano azioni combustibili, con appeso il cappotto di quello che non voglio essere, che non metterò più.

E in fondo ci sarò io, che sono quello che accetto, quello che sogno e quello che faccio dei miei sogni. Se è una fatica vorrà dire che me la dovevo sudare, se è una delusione, avrò imparato un’altra cosa che adesso so di non volere più, se mi riconosco allora potrò frequentare la vita con impeto, desiderio atavico di racconto e contatto per farmi conoscere anche da te.

Perché senza identità le fondamenta crollano, gli amici non si riconoscono, i paesi vanno in guerra e le cose finiscono.

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