Home / Lettere / Ispirazioni / Cinque punti (e infinite variazioni): conversazione con Michele Polico

Cinque punti (e infinite variazioni): conversazione con Michele Polico

Conversazione con Michele Polico, i temi di oggi, ma soprattutto i temi del domani senza tralasciare il nostro passato e contesto.

Scrivici

Abbiamo incontrato Michele Polico, imprenditore, scrittore, ex CEO e fondatore di Young Digitals, professore presso il Politecnico di Milano e l’Università di Padova, Founding Partner & Board member di Different, per discutere di alcuni temi cruciali: 

  • il valore del tempo
  • una cultura d’impresa basata sulla visione e sul piacere di creare, 
  • la possibilità di imparare dagli errori e la necessità di comunicare con intelligenza, cuore e intuizione. 

Quanto segue sintetizza quanto ci siamo detti in una lunga e fertile chiacchierata!

Ripensare. Il valore del tempo

Caroselling: “Immaginiamo un mondo in cui i brand offrono solo contenuti rilevanti che valgono tutto il tempo che il pubblico vorrà dedicargli”: questa riflessione di Different evoca un mondo in cui la consapevolezza del valore del tempo modifica profondamente il lavoro di creazione e diffusione di contenuti.

Il nostro presente è fatto di un orizzonte di senso frenetico, a volte svuotato, col rischio di perdersi tra mille stimoli. In particolare nelle nuove generazioni – ma anche, di riflesso, nelle precedenti – può emergere la sensazione frustrante di restare imprigionati in una ragnatela di contenuti di poco valore o di “ammazzare il tempo”. 

Fattori che per lungo tempo hanno definito l’identità professionale, come il prestigio della posizione perdono terreno rispetto al work-life balance, la possibilità di contribuire con forme di creatività dal basso di lavorare in un ambiente realmente inclusivo e che non faccia solo dirittiumani-washing, ridurre gli spostamenti grazie al lavoro agile. 

In particolare la generazione Z sembra particolarmente sensibile a questi temi. Anche la capacità di attrazione di un’azienda ne viene influenzata, ma alcuni imprenditori sembrano non voler tenere conto di queste trasformazioni.

Su quali punti bisognerebbe agire con urgenza, per creare una nuova cultura del lavoro? Puoi portarci qualche esempio, nella tua esperienza di imprenditore, di come si può guardare oltre?

 

Michele: viviamo immersi in un ecosistema di contenuti e di esperienze, con la sensazione che il tempo si sia compresso e dilatato al tempo stesso. Siamo tutti schiacciati da elementi che ci bombardano e di fatto siamo noi stessi a non volerci sottrarre: quanti di noi riescono a staccarsi completamente dai loro devices?

In questo oceano di contenuti ogni brand, in un certo senso, proponendo un contenuto o un messaggio è come se firmasse un contratto con le persone, chiedendo il loro tempo, e in cambio si dovesse impegnare a fornire qualcosa di rilevante

Ci troviamo in un contesto profondamente cambiato rispetto alla generazione del boom economico. Le necessità e gli obiettivi erano diversi, far crescere la società dopo tempi di ristrettezze. 

Noi millennial, che abbiamo avuto di più, tendiamo a voler semplificare, a liberarci delle cose inutili, non siamo disposti a sacrificare determinati valori o principi (ovviamente con i compromessi che tutti sperimentiamo); recuperando una dimensione individuale.

Le generazioni che ci seguono, soprattutto la Gen. Z, recuperano invece una dimensione sociale, con particolare attenzione all’impatto sociale ai diritti. 

Stiamo parlando di sfumature, non c’è una linea netta che separa le generazioni, ma è innegabile che anche il mondo del lavoro stia cambiando, non solo quello della comunicazione o dell’advertising (l’employer branding riguarda qualsiasi realtà).

 

Caroselling: anche considerando realisticamente dei fattori di rallentamento di questa trasformazione (ad esempio le carenze delle infrastrutture, una digitalizzazione dei processi ancora insufficiente, almeno nelle piccole e medie imprese e nella PA) noi scorgiamo anche una mancanza di visione. Poi c’è il tema della distrazione: Jack Dorsey, il CEO di Twitter, ad esempio, elenca tutta una serie di strategie che gli servono a “difendersi” dagli stimoli continui. Soprattutto in un lavoro creativo sembra indispensabile).

Raccontaci se hai delle tecniche o dei metodi per trovare tempo e spazio per te. 

conversazione con michele polico | caroselling digital studio

Michele Polico

Michele: non mi piace particolarmente la definizione di bilanciamento vita-lavoro, un concetto che contiene una contrapposizione. In realtà, lavoro e vita sono intrecciati, soprattutto per chi come me fa le cose che tendenzialmente gli piacciono. Mettiamola così: il mio equilibrio tra il “lavoro” e il “non lavoro” si basa anche sulle tecniche di cui parlavate, ma al di là di questi aspetti mi ritaglio tutti i giorni il tempo per una passeggiata, per passare del tempo di qualità con la mia famiglia, i miei bimbi, chiacchierare con colleghi e amici. Sono attento al mio tempo – forse lo sono diventato anche con gli anni. Ho iniziato molto giovane, con lo slancio di partire, di emergere e arrivare a certi risultati, anche con sacrifici. In sostanza ho uno stile di vita molto organizzato – tendo a svegliarmi presto al mattino – ma non manca mai il tempo per me stesso. 

Allargando lo sguardo, più che per gli imprenditori mi pare che il tema dell’equilibrio sia cruciale per i dipendenti, ed è questa una responsabilità che le aziende devono sentirsi addosso: diventa più complesso intervenire in quelle situazioni in cui sembra che l’obiettivo sia occupare una sedia in ore prestabilite. In questo modo uccidi il tempo

Deve sicuramente evolversi la visione aziendale in questo senso, ma anche quella dell’individuo.

Illuminare

Caroselling: leggendo il tuo post “No” è una frase completa ci è venuto in mente il celebre discorso che il nostro amato David Foster Wallace tenne nel maggio 2005 ai neolaureati del Kenyon college. 

Con la sua proverbiale capacità di gettare uno sguardo altro sugli eventi più quotidiani, prende come esempio una coda al supermercato o la rabbia nel traffico (che anche tu analizzi anche in un altro tuo post), spiega come sia possibile “affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé.”. 

Questo tema affiora spesso nel tuo Human Intelligence, il tuo blog. 

Sembra quasi che ti sia voluto ritagliare uno spazio alternativo, intimo, un momento di riflessione differente dagli speech a effetto che spesso vediamo proposti un po’ dappertutto nel tuo settore come eventi motivazionali o formativi. Peraltro, in una fase storica in cui il blog in quanto tale sembra del tutto scomparso, soppiantato da altre piattaforme.

Parli di impresa, lavoro e scuola filtrando questi temi attraverso quello ampio della crescita personale. Spesso invece vediamo trattare questi argomenti come se fossero scollegati dal percorso esistenziale che si attraversa.

Raccontaci come alcuni tuoi momenti di crescita professionale e intellettuale siano collegati alla tua crescita come individuo.

 

Michele: nella nostra società abbiamo visioni più o meno materialiste, visioni che mettono al centro l’anima delle persone, tanti punti di vista diversi. Il teologo e paleontologo Pierre Teilhard de Chardin diceva: “noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana”.

Questa frase mi piace molto, racconta di come anche le più banali esperienze quotidiane siano parte della vita, non “momenti spazzatura”

Come figli di una società veloce e caotica, tendiamo invece a riempire questi momenti di “nulla” (come la coda al supermercato o nel traffico) con i contenuti, non sempre guardandoli con attenzione, talvolta perdendoci quello che succede intorno a noi e non accorgendoci che, con gli occhi rivolti al cellulare, ci stiamo perdendo la bellezza che è là fuori, proprio attorno a noi. Su alcuni punti motivazionali in realtà, mi ritrovo (ma non nelle formule dei guru). Credo che la volontà sia fondamentale, ad esempio, so che in alcuni contesti negativi sei messo alla prova ed è una tua responsabilità trovare il percorso giusto e gli strumenti per essere sereno e per crescere

 

Caroselling: ti è capitato di dire di no a dei clienti per qualche tua ragione “etica” personale e quando è successo perché è successo?

Michele: sul piano concettuale, ho sempre privilegiato un approccio morbido rispetto a una posizione di “orgoglio”, anche perché faccio i conti con un mercato, quello della comunicazione, e con le sue regole. Che ci piaccia o meno, è un sistema in cui per una serie di tematiche il cliente ha una leva negoziale forte. Bisogna quindi saper capire quando un certo atteggiamento fa parte del contesto, quando l’idea del cliente non è realizzabile, quando è giusto contrapporre la propria visione alle richieste e farlo per il bene del cliente: ad esempio spiegargli che non ha bisogno di un certo progetto o servizio che immagina.

Chiedo sempre perché pensi di aver bisogno di quella cosa: anche se a volte può addirittura essere controproducente perché ti perdi una vendita facile, diventa un atto di fiducia dire che non gli serve. I no sono consigli importanti in questi casi.

 

Fallire meglio. Un gioco per ogni età

Caroselling: “Mi piace creare cose che prima non c’erano”, recita la tua biografia. Ma per generarle hai dovuto imparare dai tuoi errori (come leggiamo nel tuo post L’arte di sbagliare). 

Per anni soprattutto i media, anche quelli specializzati, hanno forse calcato troppo la mano sulla retorica del ragazzino statunitense che dal garage di casa crea un impero (forse in questo c’entra anche la retorica del sogno americano). 

Secondo te, nel panorama italiano fare impresa è ancora una specie di “gioco da grandi” e con grandi capitali di partenza? Ci sono differenze culturali, meno business angel, meno attenzione a progetti innovativi, diffidenza verso il concetto di start-up, paternalismo verso progetti di imprenditori molto giovani?

 

Michele: usiamo il concetto di gioco, che trovo indovinato. Se non entriamo nella modalità del gioco e anche del piacere, con la voglia di sperimentare, di innovare e anche eventualmente di sbagliare, restiamo immobili. 

Anch’io all’inizio ero preoccupato da cose che oggi sono state ridimensionate: fare impresa fa paura, ma farlo da ragazzi in realtà dovrebbe a rigore essere più semplice. Hai una mentalità diversa. Chi fa grande innovazione non a caso di solito inizia proprio da uno slancio giovanile, in tutti i settori: penso a Einstein che cambia per sempre il mondo da molto giovane. 

I termini start-up o piccola impresa vengono spesso erroneamente sovrapposti o usati a sproposito: in realtà sono due modelli diversi, egualmente validi, ma con funzionalità diverse, obiettivi diversi (una dimensionale, l’altra economica)

La start-up non guarda a costi e ricavi perché quello che conta è la disruption che riesce a creare proprio grazie alla sua struttura.

Io dal canto mio ho scelto di creare impresa – che ha, diciamo, una funzione di motore della società day by day, ed è ciò che mi piace; senza le start-up d’altronde non esisterebbero le grandi trasformazioni innovative, l’intelligenza artificiale, la robotica. 

Forse fare start-up in Italia è difficile anche perché non abbiamo ancora afferrato bene che cosa significhi realmente.

In Italia poi c’è una solida tradizione di impresa, basata sul prodotto; ma siamo anche uno dei paesi meno forti sul piano dellattenzione al cliente, specie rispetto agli States. Un altro fattore che influisce è una certa rigidità del sistema del lavoro

Credo però che in Italia manchi ancora per poco la categoria degli investitori: ci sono tante start-up unicorno di italiani in USA che rientrando, tra qualche anno, porteranno conoscenza – più che i capitali, conoscenza, anche se servono anche i capitali. Anche l’italia avrà le sue start-up. Dal mio punto di vista, se vuoi fare impresa o fare start-up puoi farlo. 

 

Caroselling: esiste anche un “sogno italiano” americanizzato: come possiamo distinguere il mito dalla realtà nella narrazione dei piccoli che conquistano il mondo? Da dove viene il booster che permette di fare il salto?

Michele: non credo esista una ricetta per fare il salto: si può fare impresa una volta e avere successo, ma anche fallire dopo la prima volta; partire da soli o insieme ad altri, da un contesto familiare particolarmente favorevole (economicamente, ma anche in termini di contatti e relazioni) oppure senza mentori, come nel mio caso. Non credo che chi parte avvantaggiato sia meno bravo degli altri come a volte malignamente sento dire, perchè poi nel tempo la riuscita non è certezza per nessuno e chi riesce è bravo e basta.

Per i primi tre anni non abbiamo avuto neanche un ufficio in Young Digitals.

Poi c’è stato un momento preciso in cui siamo esplosi, eravamo 3 e poi siamo diventati 50. Nel nostro caso hanno aiutato molto la possibilità di assumere con sgravi fiscali, tre o quattro intuizioni precoci, come la comprensione del funzionamento dei social sui mercati esteri; dei punti di forza specifici. Non nego che abbia la sua parte anche il contesto, ma non è per caso che ottieni una crescita così forte, che per esempio vinci una gara per Coca Cola. È proprio a quel punto che devi fare attenzione a non bruciar(ti): ti trovi in una dimensione che non conosci, improvvisamente devi gestire tanti dipendenti e hai delle responsabilità verso di loro.

Ti rendi conto che la visione non basta e che organizzare il lavoro non si impara sui libri di scuola: spesso impari facendo.

Il mezzo e il fine

Caroselling: hai scritto ‘Nella mia vita mi è infatti spesso successo di desiderare qualcosa, di compiere un percorso per raggiungerla, e nel percorrerlo di accorgermi che in realtà il percorso stesso, il mezzo, mi stava gratificando più di quanto avrebbe fatto forse il raggiungere quell’obiettivo.

In una recente Lettera su Caroselling abbiamo ragionato sul concetto di autenticità, riportando tra l’altro una riflessione di Jon Wilkins di Karmarama, che critica l’ossessione cliente-centrica di molte imprese, perseguita sia pure con ottime intenzioni. In un passaggio che ci è piaciuto a proposito della creazione di meaningful experience, sostiene che un’azienda dovrebbe trovare uno scopo più grande e innovativo del semplice prodotto che vende. Solo così può comunicare con una persona (Human Experience) prima che con un cliente (Consumer Experience). 

Sei d’accordo? Puoi raccontarci qualche esempio concreto di meaningful experience che hai creato all’interno del tuo percorso lavorativo? Un momento in cui si è creata un po’ questa magica alchimia, in cui tu e i tuoi collaboratori avete lavorato esclusivamente per il piacere del mezzo arrivando al cuore dell’interlocutore?

Michele: in Italia in realtà siamo ancora ben lontani anche dall’essere customer-centric! Sperimentiamo spesso che non c’è ancora la giusta attenzione al cliente: eppure l’azienda nasce per soddisfare una precisa esigenza, oltre che per vendere un prodotto o un servizio. Sul mezzo e sul fine, posso dire che con un’azienda di piccole/medie dimensioni, è entusiasmante il momento in cui mi sono reso conto che questa organizzazione, questo insieme di asset, poteva soddisfare una domanda di mercato ma anche creare cose belle per il gusto di farlo. A un certo punto abbiamo organizzato una mostra d’arte in ufficio, ci sono stati tanti altri momenti meaningful che raccontati perderebbero il loro carico di energia vissuta. Abbiamo curato una serie di eventi legati all’arte, ad esempio per Marina Abramovic a Firenze, perché ad esempio l’arte è un vettore per fare e contaminare cose che ci piacciono. Ancora oggi mi chiedo quale sia il fine e quale il mezzo, e il punto torna sempre ad essere di fare ciò che ti piace.

Meno di 100 oggetti

Caroselling: William ricorda una vecchia bio in cui affermavi di possedere meno di 100 oggetti. Una filosofia di vita minimalista?

Michele: 100 è un numero simbolico (forse ne ho di meno), ma ciò che mi appassiona di questo concetto è l’idea che se puoi regalare tranquillamente ciò che hai, in realtà non ne hai bisogno, non lo/la “possiedi” inteso come possesso. Sicuramente utilizzo degli oggetti funzionali, ma scegliere di avere di meno fa risparmiare tempo, soldi, e soprattutto energie: ti consente di liberarti dal ciclo dell’accumulo e del disordine e di dedicarti ad altro.

Caroselling: Grazie Michele di averci dedicato tutto questo tempo, è stato un piacere!

Parliamo di Ispirazioni