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Guy Kawasaki, voce del verbo innovare

Guy Kawasaki, anima innovativa e sovradimensionata. Imprenditore, creatore, innovatore, portatore di idee come Atlante (ma con leggerezza).

Osannato, amato, elevato a guru: a volte sembra che Guy Kawasaki sia più assimilabile a un Pokemon dei social media che a un imprenditore. Dietro questo personaggio – però, si cela la mente che ha spinto, più di tutti, la diffusione della macchina Macintosh nel mondo. Un simbolo che vale la pena di scoprire oltre la patinata immagine che gli hanno costruito.

Chi è Kawasaki?

Guy Kawasaki è un essere umano con una profonda fede nelle sue capacità, un innato buon umore nei confronti del mondo e l’inventiva di Mozart. Per la tecnologia, per l’innovazione, per la creatività. Canva, Garage, Apple, Motorola. Imprese titaniche per l’uomo, piccoli passi saltellanti sulla Luna per lui. Si tratta di uno di quegli unicorni che hanno nel DNA una creatività a moto perpetuo.

Guy Kawasaki non è un qualunque ragazzotto di provincia. Sembra uno di quelli che sa sempre da dove cominciare (ha scritto anche un libro sul tema – “The Art of the Start”). Sembra quello che è sempre lì, al primo banco: braccio teso verso l’alto, sorriso stampato in modo indelebile, risposta pronta. Dovrebbe starti antipatico. Dovresti provare un moto di repulsione verso certi soggetti e invece lo adori. Vorresti abbracciarlo e chiedergli all’orecchio “Come fai? Svelami il tuo segreto.”

“Io sono un uomo serio.

Non è un uomo, è un fungo”. 

Già, ecco il segreto di Kawasaki. Non prendersi mai troppo sul serio. Né alla leggera. Lavorare, studiare, capire, amare, respirare, organizzare, fare. Sembra quasi regalare al mondo l’etica della semplicità e della leggerezza. Resta focalizzato fino a quando non si annoia, poi delega e ricomincia. 

Fondatore e gestore di Garage Technology Ventures (società che si occupa di far crescere le imprese del settore high tech). Speaker. Ha fatto crescere a dismisura la capillarizzazione di Apple nel mercato mondiale. Chief Evangelist di Canva.com (il servizio di graphic design for dummies like the sottoscritta). Executive fellow (qualunque cosa voglia dire) della Haas School of Business della Berkeley University. Consulente per Motorola, Google e scrittore prolifico.

Tutti vorremmo essere Guy Kawasaki, almeno per un momento nella vita.

Addio superficialità, benvenuta leggerezza

Fin dal 1984, Kawasaki si è preso la responsabilità di diffondere il verbo di Apple nel mondo. Evangelist è il modo in cui ha deciso di farlo. Credere di poterlo fare diventa azione. Investire mettendoci parte della propria anima non significa cedere. Entusiasmarsi per ogni nuovo pezzo di puzzle aggiunto a un disegno più grande è passione, non semplice facciata. Affrontare tutto questo – la disamina di un progetto, la sua pianificazione, gli eventuali fallimenti, con la voglia di rischiare e volare troppo vicino al sole – è il solo modo che Kawasaki conosce e che cerca di trasmettere. 

Un’etica leggera ma mai superficiale.

E Kawasaki, fin dai primi vagiti lavorativi, non si focalizza sull’ufficio più grande, sui soldi, non si lascia distrarre da paura o ansia. Un po’ ricorda Tom McElligott, copywriter dimenticato che ha scolpito nella pietra i concetti di rottura, di spregiudicatezza e di genialità. Il lavoro per Kawasaki  – così come per McElligott, diventa tutto. E tutto è fatto con entusiasmo, con intensità e con coerenza.

Lavora come responsabile del marketing per Apple e ci crede. Ci crede da sempre. Così tanto da meritare la Apple Fellow: l’ex azienda di Jobs lo insignisce del titolo di “miglior dipendente”. Un’onorificenza che serve a poco, infatti Kawasaki è uno dei primi evangelist nel settore della tecnologia. Guy ama, si appassiona, crede, adora. Ogni singolo brand, ogni singola azienda con cui viene in contatto viene contaminata, contagiata, ammaliata dalla sua carica di bellezza entusiastica, dalle sue doti di agitatore sereno, di spina dolcissima nel fianco dei consumatori e dei dipendenti stessi nel suo continuo lavoro di stimolazione della domanda, fatta di emozioni e di fede.

Guy Kawasaki | innovazione | brand | caroselling agenzia comunicazione

Fede ed evangelizzazione

Kawasaki crede in tutto ciò che fa: carisma, sinteticità lavorativa, applicazione di metodo, leggerezza comunicativa e profonda quanto un buco nero inverso e positivo, concentrazione estrema. Insomma, Kawasaki è un evangelist del metodo del buon lavoro (imprenditoriale e non). 

Attirare l’attenzione degli utenti e fare in modo che questi focalizzino la loro attenzione, i loro valori e la loro catarsi verso i prodotti delle aziende è il metodo Kawasaki. L’evangelizzazione come way of life, come motore della propria esistenza.

Ecco il vero insegnamento del lavoro di Kawasaki: innamorati di quello in cui credi. Questo è l’unico modo per poter vendere quello che proponi. Non è il personal branding, non è il prodotto, non è la singola esperienza, non è la relazione con il brand, non la strategia. Quello che davvero vende è il pacchetto completo confezionato da chi crede e venduto a chi deve credere. 

Kawasaki aggiunge alla triade che innalza le aziende e i loro prodotti dallo status di brand a quello di lovemark (mistero, intimità, seduzione) altri due elementi: l’evangelizzazione e la fede

L’essenza di questa filosofia è sintetizzata suoi studi di psicologia alla Stanford University e dal frutto dell’alchimia e dell’armonia che Kawasaki ha raccolto in anni di esperienza nel settore dell’innovazione e della creatività.

Tutto si condensa nell’ultima fatica della sua mente, Canva.

Guy Kawasaki | innovazione | brand | caroselling agenzia comunicazione

Canva, la democratizzazione delle competenze

Canva è il riferimento universale di chiunque anche solo scimmiotti il concetto di consulente di comunicazione, social media manager o content specialist. Chiunque voglia creare un contenuto (parlo di qualcosa di basic, ovviamente) si rivolge al Sacro Graal della semplicità, Canva.

Kawasaki fonda Canva per rendere accessibile a tutti in modo semplice (ma non semplicistico) la possibilità di fare comunicazione. La grandezza di questa idea sta nel coraggio dell’imprenditore di conferire leggerezza, semplicità e immediatezza a una chiara esigenza degli utenti nella nuova era digitale: creare contenuti hic et nunc, che siano pronti all’uso e che rispecchino gli standard della comunicazione odierna. 

A Canva Kawasaki aggiunge un ultimo tassello che la rende più di una mera applicazione per creare contenuti online. Applica la logica di condividere l’arte – quella che ha evidenziato nelle sue prolifiche pubblicazioni, da “The Macintosh Way” a “Rules for Revolutionaries” fino ad arrivare al manifesto che è “L’Arte dei Social Media” scritto in collaborazione con Peggy Fitzpatrick

In L’Arte dei Social Media Kawasaki arriva a delineare i principi dell’arte nell’epoca dei media personali. Una vera guida pregna e gravida di informazioni, di quei manuali un po’ ironici da tenere sulla scrivania e consultare al primo dubbio. Kawasaki ha trasformato così l’arte nel fare. Con Canva ne raggiunge l’apice con l’apertura dell’Academy prima e della versione premium poi. L’arte della strategia è, ancora una volta, vincente: crea un’esigenza che diventa indispensabile, condividendo entusiasmo, energia e competenze. 

Con il comunismo delle esigenze Guy democratizza le competenze rendendole leggere e  racchiudendole in un’unica applicazione.

E se si fallisce? Capita. Domani è un altro post. Un altro giorno in cui tutti hanno il potere di diventare il prossimo Kawasaki. Buona fortuna 🙂

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