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Il naming e il linguaggio retorico: quando il tuo nome è una metafora

In questa lettera ti raccontiamo perché ricorriamo alle figure retoriche nel lavoro di naming e quali sono quelle che preferiamo.

Le parole sanno fare cose incredibili. Come uno skater sulle 4 ruote del suo skate fa trick incredibili sconfiggendo la forza di gravità, allo stesso modo il linguaggio prende il volo e si fa immagine – soprattutto se deve raccontare l’identità di un brand.

In questa lettera ti raccontiamo perché ricorriamo alle figure retoriche nel lavoro di naming e quali sono quelle che preferiamo.

Il naming e il linguaggio retorico, un matrimonio che s’ha da fare

Quando lavoriamo a un naming cerchiamo di creare qualcosa che sia potente come un colpo di fulmine, memorizzabile come un ritornello di un tormentone, originale e positivo come una battuta che strappa il sorriso.

Il linguaggio retorico ci permette di battere strade nuove e poco didascaliche e di creare un legame speciale (chiamala pure associazione di idee) tra nome e brand. In questo modo facciamo cadere tutti i filtri tra la persona che incontra il tuo marchio e il marchio stesso.

Allitterazione e onomatopea, quando il naming è musica

Una musica può fare cantare lililli o lalalla, cantava Max Gazzè. Anche un naming può far cantare, ed è quello che cerchiamo di fare ricorrendo (ma a noi piace anche dire rincorrendo, come se dovessimo acchiapparle) alle figure retoriche dell’allitterazione e dell’onomatopea.

La prima si basa sulla ripetizione di un suono, una consonante, un sillaba con suoni simili che rendono il naming più memorabile (La La Land, Coca Cola, Duffy Duck fino al più recente We Are Who We Are, serie tv di Luca Guadagnino); la seconda imita direttamente un suono (Willwoosh, Tic Tac, Tik Tok, Zoom, Buzzfeed, Drip Drop, Yahoo!).

Palindromo, acronimo e crasi per un naming certosino

Un naming per abili solutori. Anzi: per copywriter che amano destreggiarsi e scervellarsi in soluzioni ardite. In ordine di difficoltà, svetta il naming palindromo, quelle parole che si possono leggere in due sensi (sì, al contrario!) e che suonano uguali, come ABBA, Yamamay, Xanax o il più recente Tenet, il film di Cristopher Nolan. Poi abbiamo l’acronimo (o sigla), nome composto dalle lettere o sillabe iniziali: RAI, FIAT, IBM, IKEA, Linux, H&M, Lego.

Infine la nostra preferita (possiamo sbilanciarci?), la crasi, ovvero l’unione di due parole che condensa suoni o sillabe simili in una formula inedita (Eataly, Pinterest, Accenture).

E poi c’è la metafora. E il naming si tuffa in mondi paralleli

Molte volte l’abbiamo detto: le parole sono mappe. E se il naming sfrutta una metafora, allora quelle mappe sono capaci di darti le coordinate d’accesso a un mondo parallelo. E di catapultartici dentro.

Tre esempi su tutti: Amazon ti porta direttamente sul Rio delle Amazzoni, il fiume col bacino più grande al mondo; con Patagonia respiri subito aria di avventura; Safari, browser di casa Apple, ti fa fare un giro nelle meraviglie di Internet.

Ecco che con una metafora il naming riesce a evocare immagini, trasmettere emozioni e allo stesso tempo rendere la comprensione del tuo marchio più immediata e aperta.

Noi nobilitiamo nomi

Hai visto? Quello qui sopra è solo un esempio di quello che possiamo fare per la tua brand identity. Ok, era una semplice allitterazione ma… ci è venuta spontanea. Siamo un po’ giocolieri, poeti e marinai e cerchiamo sempre di trovare una via di navigazione anche quando il vento non è a nostro favore. Ok, anche qui: era una metafora.

Scrivici, poi il resto lo scriveremo noi.

Parliamo di Brand identity
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