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User Experience: abolire il termine intuitivo

Cos'è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione. E l'UX Designer? È chi non ce la fa più a sentire il termine intuitivo.

Premessa

Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione.

E l’UX Designer? È chi non ce la fa più a sentire gli sproloqui intorno alla parola magica intuitivo.

Dì la bella parolina

Quand’ero piccoletta mia madre mi diceva spesso una frase a dir poco deliziosa.

“Dì la bella parolina”, mi esortava quando un parente o un amico mi faceva un regalo, un favore o un complimento. La bella parolina era “grazie”. Ripensandoci ora credo sia il modo più carino di costringere un bimbo a dire una parola di cui non sa il significato.

Ripensandoci ora, quell’espressione così melodiosa, “la bella parolina”, potrebbe essere calzante per tutti i brief in cui viene utilizzato il termine intuitivo. La bella parolina, la parola smart messa lì come un emoji di unicorno, che fa accedere a mondi perfetti in cui mittente e destinatario si capiscono con un cenno di capo.

Il problema? Intuitivo è un termine abusato e il più delle volte, tragicamente, nessuno sa davvero il suo significato. Proprio come me da bambina con “grazie”.

Intuizione, che bel paradosso

Lo penso ma non lo faccio. Ogni volta che, tac!, la trovo in un documento e ho lì davanti la persona che l’ha preparato, mi vien una voglia incredibile di chiedere “ma per te cosa vuol dire intuitivo?”

Ecco, abbiamo già un problema, il primo di una serie di paradossi. Intuitivo è un termine dannatamente soggettivo quindi può davvero diventare esemplificativo per raccontare e riassumere le tante esperienze di fruizione di un oggetto, di una pubblicità, di un sito?

E ancora, un altro grattacapo. Intuitivo, nel design come in altri campi, può essere definito come il risultato della somma di istinti, ricordi e conoscenze passate. E chi mi dice che un risultato sia migliore di un altro, a mo’ di suprematismo della UX? Possiamo considerare i contesti culturali, collettivi e individuali, in modo assoluto?

Dirai che il discrimine è valutare l’intuitività di un prodotto sulla sua capacità di corrispondere ai modelli di pensiero di un utente, come una sorta di Tinder della user experience: it’s a match! Ma, cavoli, devo fare le pulci. Se la valutazione è sulla base del “facilità d’apprendimento e utilizzo naturale”, entra in gioco anche qui l’esperienza culturale che influenza in modo ogni volta diverso questi due concetti.

Uff, ci siamo infognati.

Intuizione, quanti significati dare?

Dicevamo: trovare qualcosa che sia intuitivo dipende da così tanti fattori che risulta impossibile trovare uno standard unico: l’età, il sesso, il gender, la conoscenza tecnologica, l’esperienza passata con prodotti simili (e ne abbiamo ancora e ancora e ancora). Una complessità impossibile da ridurre attraverso una definizione che possa tagliare la testa al toro. Qualcuno ci ha provato con l’equazione super-naif: intuitivo, ergo semplice da usare.

L’unica cosa che possiamo fare è trovare dei tratti in comune nelle esperienze che gli utenti giudicano intuitive e che scompongono il termine in tanti elementi:

  • parti visibili: più lo sono, più gli utenti sanno come usarle
  • a ogni azione corrisponde una reazione: se interagisco con un elemento, qualcosa deve succedere
  • orientamento: l’utente riesce a capire in ogni momento dove si trova all’interno della struttura del prodotto o del sito?
  • invito all’uso: il design dà degli indizi agli utenti per capire come possono interagire con alcuni elementi?
  • aspettative: la reazione a un’interazione con l’interfaccia è quella che ci aspettavamo?
  • efficienza: il prodotto aiuta l’utente a portare a termine un obiettivo?

 

Se abbiamo fatto vacillare le tue certezze, ora faremo di più. Concludiamo questa lettera ora. Non l’avevi intuito?

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