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Prevediamo un forte cambiamento: il Passion Paradigm. Cos'è, da dove viene, dove ci porterà negli anni a venire.
Passion Paradigm: il tempo non è mai stato così importante.

Passion Paradigm: un cambiamento epocale

In Caroselling ci appassioniamo ai lavori che conduciamo, nel senso che non iniziamo rapporti di lavoro con progetti in cui noi per primi non crediamo che sia possibile dare il meglio; per dare il meglio intendiamo che quel lavoro che prendiamo possa dare a noi per primi gli spunti per cogliere la differenza e il margine di originalità che si nasconde dietro ogni progetto.

In questo siamo un po’ diversi dagli altri, questo è ciò che maggiormente ci caratterizza. Eppure no, non siamo tutti millennial o zed, anzi.

Ma l’approccio alla condivisione delle idee, delle visioni e dei risultati ci rende ciò che siamo. Inoltre, ci chiediamo come si faccia a condurre lavori in cui non si crede per il semplice guadagno. Il guadagno è sì importante, è una delle parti fondamentali della vita di una persona, perché per mezzo del denaro possiamo permetterci molte delle cose che desideriamo e che completano le nostre vite. Ma non è tutto qui.

Perché vivere vuol dire anche, e forse soprattutto, conciliare passione e tempo, vuol dire sentirsi dentro un’idea e farla propria, significa non sprecare i propri giorni cercando di raggiungere un risultato se quel percorso di raggiungimento del risultato mette a repentaglio ciò che è la nostra filosofia.

Detto ciò, in questa lettera, vorremmo fare il punto su un, chiamiamolo, movimento, che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni e che non smetterà di crescere e di diffondersi a macchia d’olio. Prevediamo un forte cambiamento, che di qui a pochissimi anni, investirà il mondo del lavoro e il nostro mondo della comunicazione e del marketing: il Passion Paradigm. 

Ma andiamo per ordine, cercando di cogliere tutte le tappe di questo nuovo mood, spiegandone i risvolti pratici e il perché, in tempi brevi, prenderà il sopravvento nelle vite dei trentenni e nelle vite delle generazioni più giovani.

Il futuro è nel passato

Il 18 novembre scorso è apparso un articolo del giornalista Giulio Sensi su Il corriere della sera; l’articolo si intitolava «Addio città, resto a lavorare nella mia terra». È la «restanza» dei giovani.

Sensi ha coniato il termine restanza per indicare la volontà dei giovani (nell’articolo si fa riferimento ad un campione di persone con un’età compresa tra i 19 e i 39 anni, quindi sostanzialmente appartenenti alle generazioni di millennial, nati tra il 1982 e il 1996 e zed, nati tra il 1997 e il 2010) di voler tornare nelle proprie terre natie, anche qualora si tratti di piccoli paesini dispersi nelle campagne, per ripopolarle e appropriarsi di uno stile di vita più sano, più lento e più umano. 

Infatti, è altissima la percentuale di chi, nella fascia d’età presa in considerazione da Sensi, ha studiato e vissuto fuori casa o addirittura all’estero per molti anni e che ora sente l’esigenza di riappropriarsi della propria dimensione familiare. 

Cosa significa questo? Che alla base di quella che Sensi definisce la restanza vi è, da un lato un forte disagio dell’essere stati costretti dalla società a covare il mito dell’esotico, dell’estero (i più “anziani” del campione, infatti, appartengono alla prima vera e propria generazione Erasmus), dall’altra il desiderio, in un mondo che corre sempre più veloce e che ti costringe a stare perennemente “sul pezzo”, atteggiamento che si predispone come fonte di enorme stress, a ritrovare una dimensione più lenta del vivere, ma anche più a misura di umanità, in una alternanza equa tra lavoro e passione, tra impegni e affetti. 

Inoltre, in una dimensione di restanza, che accomuna ormai sempre più giovani a ritornare nelle terre natie, vi è l’esigenza di costruire una rete di mutuo soccorso che possa loro garantire una stabilità emotiva, ma anche economica. Che cosa significa? Che nelle grandi città, a un certo punto, non appena si è lontano dai frastuoni e dai rumori, dalle serate mondane e dagli sfarzi dei centri abitati, ci si accorge di essere delle monadi solitarie.

I rapporti che si riescono a costruire, di fatti, non sono fondati su una reale affettività, perché vi è sempre lo spettro della competizione dura che si crea sui posti di lavoro. In un’ottica di individualismo spinto, tutti sono in gara con tutti e non c’è spazio per coltivare delle vere relazioni, edificate su sentimenti reciproci veri e incondizionati. 

E così, i piccoli centri dove si è nati e si è trascorsa l’adolescenza, dove sono nati i primi amori e le prime amicizie, diventano il luogo ideale per ricostruire, se pur con tutte le difficoltà economiche del caso, un posto sicuro per una vita futura.

Le difficoltà economiche a cui facciamo riferimento sono sicuramente quelle date dal fatto che l’economia, nei paesi più piccoli, subisce ovviamente un rallentamento, ma il paradigma del vivere lento comporta anche questo, come condizione di base. Ma è proprio in questa lentezza che trova spazio il cosiddetto Passion Paradigm. 

Passion Paradigm: il tempo non è mai stato così importante.

Il Passion Paradigm: cosa abbiamo imparato dal passato e cosa ci porteremo nel futuro

Qui trovate l’articolo accademico più esaustivo scritto fino ad oggi su quello che chiamiamo Passion Paradigm.

Reduci da un passato in cui il Capitalismo ha portato via anche gli ultimi baluardi di affettività e dove il mondo è diventato sempre più digitale, costringendoci a una connessione perenne, dove il confine tra vita privata e vita lavorativa è scomparso gradualmente fino a non essere più riconoscibile, oggi quella stessa generazione di giovani che decide di restare, decide anche che non è più tempo per correre dietro la fatturazione bestiale e conti corrente da capogiro, ma è meglio, dopo essersi fermati, cercare di riprendersi le proprie passioni.

Il Passion Paradigm nasce proprio da questo desiderio: la passione diventa il centro della vita del soggetto. E non stiamo certo parlando di passione erotica, ma piuttosto di passione per la vita, per se stessi, per ciò che ci piace davvero. Di qui le scelte universitarie, di studio o lavorative che spingono i giovani non sono più dettate da ciò che il sistema propone come più conveniente perché più competitivo sul mercato, bensì da ciò che anima il soggetto nella misura in cui questo lo fa stare bene, gli dà un motivo per svegliarsi la mattina e godere appieno di quel risveglio e di ciò che verrà con quella giornata di studio o di lavoro.

In questo nuovo modello economico prevale l’individualità del soggetto, ma non in senso bestiale: l’individuo non si mette più al centro come unico beneficiario del mondo, ma al contrario, comprendendo il valore di ciò che egli/ella ama, riesce a far crescere quel valore fornendo un’utilità a tutta la comunità.

Infatti, se ognuno fa ciò che gli piace, perpetra l’amore per ciò che lo rende felice, diventa anche più disponibile all’altro, ad aiutare gli altri e a creare una comunità di persone felice e soddisfatte della propria vita. 

Si annulla, così, quella competitività becera che ha caratterizzato (e in parte caratterizza ancora) il mondo fino ad oggi, in favore di una maggiore apertura sia nei confronti di se stessi e quindi anche degli altri.

Dalla precarietà del lavoro alla stabilità delle emozioni

Ma cosa ha fatto scattare la molla del Passion Paradigm? Sicuramente tutto è nato dalla formula sempre più precaria del lavoro. La generazione dei millennial, soprattutto, è stata accecata dal mito del lavoro precario. Inizialmente, infatti, ce l’avevano fatto passare come un mito: rapporti di lavoro liquidi, tutto a tempo determinato, quindi maggiori stimoli a cercare di più, a cercare il diverso, a cercare altrove. Il risultato è stata una generazione di persone depresse o con crisi d’ansia per il futuro o che, per proteggersi mentalmente, a quel futuro preferivano non pensarci proprio più. Ma gli esseri umani sono l’unica specie animale capace di pensare al futuro, capaci di immaginare e di sognare. L’assenza forzata di questa dimensione, dunque, non ha risvolti positivi sulla mente, al contrario.

E quindi, rientrati nelle proprie terre natie, millennial e zed si sono accorti di quanto, maccheronicamente parlando, la spesa non valesse l’impresa e hanno rigirato la frittata in loro favore: se proprio dobbiamo vivere da precari, tanto vale fare ciò che ci piace.

Non scegliendo più, quindi, ciò che era più conveniente per il sistema e per la perpetuazione dello stesso, millennial e zed hanno scoperto che coltivando le proprie passioni potevano trasformarle o adattarle a dei lavori capaci di dare loro il sostentamento necessario per vivere.

Nel momento in cui, quindi, ci ritroviamo a scegliere da dove partire per selezionare una facoltà universitaria o un master abilitante, optiamo seguendo le nostre tendenze naturali. 

Perché, per prima cosa, il lavoro che scegliamo o che costruiamo, aderendo alle nostre inclinazioni e alle nostre passioni deve essere sostenibile, prima per noi, poi per l’ambiente e per le persone che ci circondano.

Di cosa parliamo quando parliamo di lavoro sostenibile

Il lavoro è sostenibile nella misura in cui, letteralmente, può essere sostenuto.

Ritmi di lavoro troppo frenetici, giornate interminabili, l’attesa per un weekend che tarda sempre ad arrivare, la connessione continua con i dispositivi elettronici che non smettono mai di squillare, non corrispondono sicuramente ad una vita lavorativa né tantomeno privata, né sostenibile.

Effettivamente il passo successivo a tutto questo è l’alienazione: il soggetto alienato è un soggetto che non riesce più a comprendere dove finisce la sua giornata lavorativa, che porta il lavoro anche a casa, che è completamente oberato dal suo lavoro e non perché gli piaccia, ma in un’ottica di accumulo, di spesa dei suoi averi per fronteggiare la naturale frustrazione che l’alienazione gli arreca.

L’unica alternativa è, appunto, lasciare tutto e affidarsi alla propria natura, partendo dal recupero della stessa. Diventa così sostenibile il personal branding: partire da se stessi, ricostruirsi piano piano, cercare di recuperare le proprie passioni, anche le più infantili, per ripartire proprio da lì nella costruzione di un nuovo modello di business, fondato sulla persona e non sul profitto, che al massimo può essere una conseguenza, ma non il motore primario dell’azione.

Infatti, nell’articolo sopra citato, i piani su cui si costruisce il Passion Paradigm sono quattro: attraction (attrazione), enjoyment (godimento), motivation (motivazione) e perseverance (perseveranza).

Una vita lavorativa fondata sul Passion Paradigm porta il soggetto a una costante motivazione e perseveranza, proprio perché si basa sull’attrazione provata per ciò che si fa, da cui deriva un godimento totale che si riflette anche sulle altre sfere dell’esistenza, come quella della vita privata.

Essere naturalmente invogliati a fare un lavoro che ci soddisfa, genera benessere per la persona e, quindi, per tutto ciò che circonda quella persona.

La dimensione romantica del Passion Paradigm

Una visione senza dubbio molto romantica, nel senso di Romanticismo, che si svela a seguito dell’imperativo di una cultura dell’utile logico e razionale che ha preso il sopravvento già dagli anni del boom economico del Secondo Dopoguerra.

Ma, potremmo aggiungere, anche Umanista, perché qui è il soggetto ad avere il controllo sul proprio tempo, considerato finalmente la sua ricchezza più grande; controllo sottratto al sistema dove vigeva, per dirla con le parole di Michel Foucault, il mantenimento dell’Ordine del Sistema.

In questa dimensione di rinata umanità è il soggetto protagonista, un Homo Sapiens Sapiens 2.0, che noi chiameremo un homo gaudentis, un essere umano che gode della propria fioritura, in una ritrovata primavera di tutti i sensi che coinvolgono anche quelli legati al lavoro.

Il lavoro, quindi, si scioglie dall’obbligo per legarsi alla passione e al compiacimento delle proprie possibilità e delle proprie spontanee inclinazioni.

Dovremmo cominciare a farci l’abitudine, dovremmo cominciare a guardare tutto con occhi diversi.

Attorno a noi sta avvenendo un cambiamento epocale che porterà, nel giro di pochi anni, flotte di lavoratori dipendenti a sciogliere i propri contratti a progetto, a tornare nelle case dei propri avi e a ritrovare quella dimensione più lenta dove c’è spazio per ciò che si ama, lavoro compreso.

Passion Paradigm: il tempo non è mai stato così importante.