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Prima il metodo, poi gli strumenti. O viceversa.

Metodo e strumenti: dal processo alla creazione un perimetro concettuale per concepire i pilastri della Brand Identity / naming e payoff.

Più che una lettera, un racconto. Non una risposta a una delle domande più vecchie del mondo (seconda solo a “prima l’uovo o la gallina?”), ma un modo di capire come gli strumenti possono influenzare in modo considerevole il modo di pensare e il metodo.

Un poco di esercizio

Un racconto, dicevamo. Tutto è partito dalla quarantena e dalle limitazioni imposte alle uscite di casa, qualcosa che nella UX chiameremmo pain point. La definizione del problema (non posso più fare gran camminate come una volta) ha portato, di conseguenza, a quella di un bisogno (vorrei lo stesso fare movimento in casa). La soluzione si è manifestata con un’App per fare esercizio e un dispositivo da portare al braccio (al quale David Sedaris ha dedicato un racconto memorabile sul The New Yorker).

Niente di sorprendente. Eppure.

Avrei potuto benissimo iniziare a fare subito esercizio con alcuni tutorial oppure grattare dalla memoria qualche mossa direttamente dalle lezioni di ginnastica al liceo. Invece, sorpresa (!) la mia capacità di adattamento ha preferito adottare un nuovo approccio nato dall’uso di due strumenti.

Tutto ciò non sta solo dando un nuovo significato alla mia relazione col corpo ma mi ha offerto dei punti di vista inediti che guidano il mio modo di fare esercizio fisico e che espandono il campo delle possibilità, facendomi scoprire un altro cosa attraverso un come molto pratico (gli strumenti) rispetto a un come più teorico (il metodo, appunto).

Insomma, la mia mente non ha ricalcolato il percorso come fanno i navigatori. Ha direttamente cambiato navigatore. Poi preso una strada completamente diversa.

Strumenti e metodo, due filosofie possibili

E qui si spalanca il baratro. E con lui, due filosofie di pensiero.

Da una parte c’è colui che valuta un processo e uno solo, che trova il metodo ottimale, lo approfondisce, lo segue di volta in volta e decide di attenersi a una selezione di strumenti collaudata più e più volte.

I vantaggi: competenza e prevedibilità. La conoscenza testata di un set preciso di strumenti ti rende maestro, esperto; allo stesso modo sai sempre come andranno le cose perché metti in pratica sempre e solo quell’approccio, sai controllare tutto e guidarlo verso il risultato desiderato.

Poi c’è l’altra faccia della medaglia – ovvero il rischio di poter diventare ciechi al contesto o a possibili percorsi alternativi.

Da qui nasce l’altra filosofia, quella dell’ape che vola di fiore in fiore.

O, per utilizzare il lessico della progettazione, quello della raccolta dei dati, dell’analisi e della decisione del metodo sulla base degli strumenti scelti. Qui ci si butta nel mare delle possibilità e della sperimentazione. Con qualche rischio: considerare nuovi strumenti consuma energia e tempo. Ed è una scommessa avventurosa.

Un card sorting che va a braccetto con il copywriting

Solitamente quando si scelgono nuovi tool, ci si dovrebbe chiedere se sono davvero la risposta al nostro bisogno. Stabilire un motivo, un why profondo, un obiettivo da raggiungere e considerare se lo strumento sarà sostenibile in futuro (ecco, non una mania, un vezzo del momento) sono passaggi obbligatori.

Questo è esattamente quello che mi è capitato di fare prima di usare un nuovo tool che ho testato per un progetto di naming e di payoff.

Questo strumento mi ha permesso di avere una visione più spaziale e geografica delle parole e delle idee, di espandere i bordi del pensiero, di renderli più elastici. E ancora: ho notato un processo più organico e compatto e, non ultimo, ho potuto adottare il card sorting per applicarlo al mio approccio creativo.

Il card sorting è una metodologia utile per ordinare il pensiero e le informazioni. Concepito solitamente come una pratica collettiva, può essere abbracciato in progetti di copywriting per creare una struttura e un perimetro concettuale entro cui si muovono i filoni narrativi e le idee per il brainstorming. E che, soprattutto, controbilancia le spinte iper-creative e di pancia che un naming e un payoff possono avere.

Infine. Ricucire il baratro

E quindi, la verità, dov’è?

No, non sta democristianamente nel mezzo ma nell’adottare una filosofia (l’esplorazione di vari strumenti) e poi nell’abbracciare l’altra (applicare un metodo stabile al progetto).

Sta nel considerare il risultato e il modo più diretto di ottenerlo ma allo stesso tempo rimanendo flessibili, aperti, curiosi di scoprire nuove vie per affrontare i passaggi del metodo stesso.

Per noi metodo e strumenti non sono due monoliti immutabili ma sono due varianti da considerare in funzione del progetto.

Non biglie impazzite ma sfere di senso capaci di reinventarsi – creativamente.

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