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La confusione prima della tempesta (creativa)

Rendere creativa la confusione: una tecnica possibile, una guida di progetto per quando si crea, ad esempio nei confini della brand identity.

È il momento di furia. Di impeto e assalto. Di puro inconscio. Un cono d’ombra per il pensiero e l’intelletto. È la confusione. E a lei dedichiamo questa lettera.

Tu chiamala, se puoi, confusione.

Partiamo dai distinguo – che sono il nostro modo di vedere le cose.

Seppure possano essere scambiati, brainstorming e confusione sono due fasi profondamente diverse di approcciarsi creativamente al lavoro.

Il brainstorming viene spesso definito raccolta di idee, mentre invece è la prima pennellata sulla tela, quella che per definizione dovrebbe contenere già in parte l’idea. La confusione, invece, è il passo precedente, quello che raccoglie a chiamata i concetti come un pifferaio di Hamelin.

La confusione è disporre di tanti colori (troppi!) sulla tavolozza. Confusione è scatenare l’inferno di post-it. Mettere sul tavolo tutti gli elementi da cui partire per fare ordine. Non solo: è una componente necessaria. Abby Covert, di cui abbiamo già scritto, ne ha scritto un libro che racconta come tutti gli esseri umani sono confusi e complessi. Ma che dobbiamo trovare una direzione – a maggior ragione se lavoriamo.

Confusione è perdersi. Creatività è la via della salvezza.

In ogni copywriter e designer è instillata un po’ di confusione

Anni fa lessi un saggio complesso e denso come un muro di cemento che si chiamava Il Miracolo della Forma.

L’autore raccontava come molti artisti contemporanei siano riusciti a dare vita a una forma artistica esteticamente e convenzionalmente accettata riuscendo a codificare il registro del reale e dell’inconscio, quello che lo psicanalista Lacan chiamava Das Ding, la Cosa – e no, non è un caso se nell’82 John Carpenter ha portato all’estremo questo concetto nel film The Thing.

La Cosa è la confusione di cui stiamo parlando: guardare negli occhi il magma pulsante, il nucleo di una centrale nucleare, l’essere alieno e la sua infinità plasticità cangiante e informe. Il disordine, il caos, la disarmonia. In ogni frase o in ogni visual rimane intrappolata questa componente, la sua incandescenza, la sua potenza distruttrice e dissonante.

Imparare ad addomesticare la confusione. E renderla creativa

Domare la confusione vuol dire riuscire a elevarla, sublimarla, renderla un simbolo. Farla diventare qualcosa di esprimibile, universale, comunicabile. Un’immagine – metaforica o grafica.

Per il copywriter è una pratica possibile quando trova un nome alle cose. La pratica di naming dà dignità e sottrae ciò che è classificato all’indicibile confuso.

Per il designer è possibile attraverso una mappatura degli elementi disposti in ordine sparso. Trovare correlazioni, fare diagrammi e frecce, inscatolare, dare etichette, individuare noccioli di sensi, facilitare la UX.

Per lo sviluppatore è possibile volgendo lo sguardo al quadro generale (la famosa bigger picture), entrando in empatia col contenuto e trasformandolo prima in prototipi, poi in codice.

Il problema è sempre all’inizio, il primo colpo di machete per farsi strada nella giungla e districare la mangrovia.

La soluzione? Gli inglesi direbbero: embrace your mess (abbraccia, ma anche metti a frutto il tuo casino). Noi facciamo così: ci arrendiamo, la mostriamo ad altri e poi le diamo una forma.

E sì, è un vero miracolo.

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