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Cosa insegna il sound design al copywriting

Il sound design, come il copywriting, non ha a che fare solo con suoni interessanti ma col significato di quei suoni nella narrazione.

La faccio breve. Mi è capitato di fare un mini-corso di sound design (o progettazione sonora: e quindi suoni, musica, effetti sonori) nello stesso momento in cui il sound design della città dove abito stava cambiando. E ho scoperto molte cose sorprendenti sul copywriting.

Le basi del sound design

Il sound design è composto generalmente da suoni di ambiente, foley sound (suoni di movimento o d’azione), effetti sonori speciali (SFX), voice-over e musica. Questi elementi nel sound design sono orchestrati in modo sapiente, sulla base di scelte coerenti con una direzione artistica e il concept narrativo – proprio come fa un content designer o un copywriter prima di affrontare un contenuto.

La formula alla base del sound design è il layeringovvero l’arte di combinare diverse texture sonore per ottenere una stratificazione dal suono unico. Se i suoni provengono da una sound library, allora si deve fare attenzione che ogni lemma sonoro appartenga allo stesso campo semantico. Se i suoni vengono registrati o creati ex-novo, allora bisogna badare che siano delle stessa tonalità o dello stesso tipo.

Il copywriting come layering

Il layering è quello che cerco di fare quando devo scrivere un testo come copywriting: prima di iniziare il lavoro creo uno spazio in cui le parole possono muoversi (l’ambiente), do loro senso affinché seguano e descrivano l’azione (il cosa, quindi i foley sounds) e possano produrre nel lettore un effetto speciale (il SFX) che non esisteva in precedenza.

La musica e il ritmo sono forniti dal suono delle parole e da come le parole sono arrangiate all’interno di una frase e poi nel testo: come diceva Gary Provost nel suo 100 Ways to Improve Your Writing, l’orecchio si annoia se continua ad ascoltare un suono o una parola ripetuti: è necessario cambiare e mantenere una coerenza organica, armonica e ritmica.

Imparare a smuovere le abitudini

Abito da poco in una nuova città.

Da quando sono qui sto entrando in contatto con una colonna sonora di rumori e ritmi nuovi fino a lasciarmi cullare, di notte, dal viale trafficato. Dai miei occhi di copywriter, è stato come imparare il lessico di una lingua che non padroneggio o comporre per la prima volta una parola con le tessere dello Scarabeo.
È successo poi che i suoni a cui mi stavo abituando, improvvisamente, sono cambiati. Il viale si è spento, prima gradualmente, poi di colpoQuesta sinfonia suona ora strana al mio orecchio: mi pare copincollata malamente su uno spazio che fino a poco tempo prima ribolliva di un altro spirito e reclamava tutt’altra cadenza.

Anche qui il sound designer ha insegnato al copywriter una lezione importante: la capacità di adattarsi, leggere un nuovo contesto, cogliere nuovi dettagli, sottolineare sfumature inedite. Le regole a cui contenuti, suoni e call to action sono abituati a rispondere dovrebbero sempre tener conto di imprevisti, emergenze, nuove sollecitazioni. Solo così il testo può raccontare una storia nuova che trascende e amplia la cornice. Sì, proprio come quella della finestra da cui mi affaccio ogni giorno.

Rumori di fondo

Il sound design, come il copywriting, non ha a che fare solo con suoni interessanti ma col significato di quei suoni nella narrazione. Ogni suono e ogni parola hanno un peso specifico enorme nell’economia del testo o della tessitura sonora: il loro volume e il loro uso, se ritoccato, trasforma totalmente il senso complessivo.

Oggi il suono della città dove vivo ha una stratificazione meticolosa che rispetta il mood della storia. Dimesso, certo, eppure con improvvisi crepitii di vita.

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